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Otto mesi di ritardi per un totale di 574 ore, protestano i pendolari Minturno-Roma. Nasce un comitato

MINTURNO/SCAURI – T reni affollati, soppressioni e informazioni carenti: nasce un comitato per portare la vicenda nelle sedi competenti Ogni mattina la stessa domanda: «Oggi arriveremo al lavoro in orario?». Ogni sera, quella opposta: «A che ora riusciremo a tornare a casa?». Per migliaia di pendolari che ogni giorno percorrono la tratta Minturno-Scauri – Roma Termini e viceversa, viaggiare in treno sarebbe ormai diventato una prova di resistenza fatta di ritardi, convogli affollati, soppressioni, scioperi, cambi di programma e informazioni che, secondo le testimonianze raccolte tra gli utenti, troppo spesso arriverebbero in ritardo o non arriverebbero affatto.

C’è un dato che, più di ogni altro, starebbe alimentando la protesta. Secondo il conteggio elaborato e segnalato da alcuni pendolari della linea, tra il 1° gennaio e il 30 agosto 2026 sarebbero state accumulate complessivamente 574 ore e 30 minuti di disagi riconducibili a ritardi, soppressioni, scioperi e altre interruzioni del servizio. Un dato che necessiterebbe di essere confrontato con i registri ufficiali delle circolazioni ferroviarie, ma che, se confermato, offrirebbe la misura di un problema che per chi utilizza quotidianamente la ferrovia non sarebbe più percepito come episodico, bensì strutturale.

Dietro un treno che arriva con venti, trenta o quaranta minuti di ritardo non ci sarebbe soltanto una statistica: ci sono lavoratori che timbrano tardi e devono recuperare le ore perse, persone costrette ad anticipare sempre di più la partenza da casa per proteggersi dall’imprevedibilità del servizio, famiglie che modificano l’organizzazione della giornata, appuntamenti saltati, coincidenze perse e rientri serali che diventano interminabili. Per chi viaggia cinque giorni alla settimana, un ritardo non finirebbe quando il treno entra in stazione: continuerebbe sul posto di lavoro, quando quei minuti devono essere giustificati o recuperati, e continuerebbe a casa, quando il tempo sottratto al riposo e alla famiglia non viene restituito da nessuno.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali della protesta: chi rimborsa il tempo perso? Gli abbonati mensili e annuali pagherebbero in anticipo per un servizio che dovrebbe garantire continuità e affidabilità, eppure, denunciano alcuni pendolari, di fronte a una successione di ritardi e disservizi non verrebbero riconosciute forme di compensazione proporzionate al disagio complessivamente subito.

Il problema non riguarderebbe soltanto la puntualità. Nelle ore di maggiore affluenza, denunciano i viaggiatori, alcuni convogli diventerebbero talmente pieni da costringere numerose persone a viaggiare in piedi, ammassate nei corridoi e nei pressi delle porte. A complicare ulteriormente la situazione contribuirebbe anche la presenza, su alcuni treni, di biciclette, comprese quelle elettriche, e monopattini collocati in spazi non sempre compatibili con il passaggio dei passeggeri, con il rischio di creare ostacoli soprattutto nelle fasi di salita e discesa. La questione diventerebbe ancora più delicata quando a bordo viaggiano persone anziane, passeggeri con mobilità ridotta o persone con disabilità.

Secondo quanto riferito da alcuni utenti, non sarebbero rari i casi di sedili occupati da borse, zaini e bagagli mentre altre persone restano in piedi, così come segnalazioni relative a viaggiatori che occuperebbero più posti contemporaneamente con effetti personali, mostrando in alcuni casi scarsa disponibilità a liberare i sedili anche davanti a chi ne avrebbe maggiore necessità. Comportamenti individuali, non attribuibili a intere categorie di passeggeri, ma che pongono una domanda precisa: chi garantisce il rispetto delle regole e una corretta convivenza a bordo dei treni? Secondo varie testimonianze, alcuni passeggeri viaggerebbero senza regolare biglietto e, in assenza di verifiche sufficientemente frequenti, si sentirebbero liberi di utilizzare gli spazi delle carrozze senza particolare riguardo per gli altri: segnalazioni che richiederebbero dati ufficiali sul numero dei controlli effettuati, sulle sanzioni elevate e sul personale impiegato lungo la tratta.

Uno degli aspetti più contestati riguarderebbe la gestione dell’informazione durante i disservizi. Quando un treno accumula ritardo, viene soppresso o modifica il proprio percorso, raccontano i pendolari, capiterebbe di restare sulle banchine senza indicazioni sufficientemente tempestive sulle alternative disponibili. È forse questa sensazione di abbandono a esasperare maggiormente chi viaggia ogni giorno: un guasto può accadere, un inconveniente tecnico può verificarsi, un evento eccezionale può mettere in difficoltà una linea ferroviaria, ma ciò che diventerebbe difficile accettare, secondo gli utenti, sarebbe la ripetitività dei problemi unita alla percezione di non ricevere risposte concrete.

La protesta, intanto, potrebbe presto assumere una forma organizzata: è infatti in fase di costituzione un comitato di pendolari della linea Minturno-Roma, con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni, documentare ritardi e soppressioni, acquisire dati ufficiali e valutare iniziative presso le sedi istituzionali e amministrative competenti. L’intenzione annunciata sarebbe quella di trasformare il malcontento individuale in una richiesta collettiva e documentata: non più soltanto proteste sui binari o sui social network, ma un dossier composto da orari, fotografie, segnalazioni, soppressioni, ritardi e testimonianze dei viaggiatori.

Perché 574 ore e 30 minuti, se il dato complessivo sarà confermato dalla documentazione ufficiale, non rappresenterebbero soltanto una lunga sequenza di numeri, ma quasi 24 giorni interi: ventiquattro giorni di tempo che, sommati insieme, raccontano il peso che l’inefficienza di un collegamento ferroviario può avere sulla vita quotidiana di chi non prende il treno per turismo o per scelta occasionale, ma perché deve raggiungere ogni giorno il proprio posto di lavoro, l’università, una visita medica o la propria famiglia. A questo punto il tema non sarebbe soltanto se un treno arriverà con dieci o trenta minuti di ritardo, ma per quanto tempo ancora i pendolari dovranno considerare il disagio come una componente normale del loro viaggio quotidiano.